Il periodo compreso tra il XXVII e il XVIII secolo mostra profondi mutamenti, dal punto di vista storico e culturale, che si riflettono nel mondo delle costruzioni. L’affermarsi degli Stati Nazionali fa sì che vi sia di fatto uno smantellamento dell’organizzazione ancora di stampo feudale delle città. Le nuove città del potere assoluto sono un autentico manifesto dei sovrani che le abitano. Lo stile architettonico di questo periodo, pur non rivoluzionando l’impronta rinascimentale, si arricchisce di due importanti elementi: il movimento e il dramma.

Tra XVII e XVIII secolo l’Europa attraversa una trasformazione profonda, che ridisegna il rapporto tra società, potere e spazio costruito. Gli antichi assetti feudali si sgretolano, mentre si consolidano gli Stati nazionali e le monarchie assolute: poteri centralizzati, stabili, che fanno della rappresentazione un elemento essenziale della loro legittimazione. L’architettura diventa così uno strumento politico, capace di tradurre in forme visibili l’autorità dei sovrani e l’ordine che intendono imporre ai loro territori.
Parallelamente, i contatti con l’Oriente e con le Americhe ampliano l’orizzonte culturale europeo. Circolano nuovi materiali, nuove iconografie, nuovi modelli di consumo e di prestigio. Le corti competono non solo sul piano militare o diplomatico, ma anche su quello estetico: la magnificenza diventa linguaggio internazionale, e l’architettura ne è il veicolo privilegiato.
In questo scenario, le città assumono un ruolo centrale. Non sono più organismi cresciuti per stratificazione, ma diventano luoghi da progettare, ordinare, mettere in scena. Le capitali del potere assoluto — da Parigi a Vienna, da Torino a Roma — si trasformano in scenografie urbane: assi prospettici, piazze monumentali, residenze regali e complessi religiosi costruiscono un’immagine coerente e controllata del potere. La città non è solo spazio da abitare, ma teatro politico.
È proprio in questo contesto che si ridefinisce il rapporto tra architettura e costruzione. L’architettura assume una posizione dominante: non è più semplice tecnica edilizia, ma progetto complessivo, visione, regia. Il tema del decoro urbano — l’armonia tra edifici, strade, piazze e funzioni — diventa centrale. L’architetto è chiamato a pensare la città come un insieme unitario, dove ogni intervento contribuisce a un disegno più ampio, spesso imposto o guidato dal potere centrale.
L’Italia, pur politicamente frammentata, partecipa pienamente a questa stagione. Roma, capitale della Chiesa e laboratorio del Barocco, diventa il luogo in cui si sperimentano nuovi linguaggi spaziali, dinamici, teatrali. Torino, sotto i Savoia, si trasforma in una capitale moderna, ordinata e scenografica, simbolo di un potere che vuole mostrarsi europeo.
È in questo intreccio di ambizioni politiche, trasformazioni urbane e nuove concezioni del progetto che emergono figure come Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini e Filippo Juvarra. Ognuno di loro interpreta il rapporto tra architettura e città in modo personale: Bernini con la sua capacità di orchestrare spazio e spettacolo, Borromini con la sua invenzione geometrica e spirituale, Juvarra con la sua visione regale e scenografica, capace di trasformare la città in un palcoscenico del potere.
In questo scenario di poteri centralizzati, città ripensate come teatri politici e architettura elevata a strumento di rappresentazione, il mestiere dell’architetto cambia profondamente. Non si tratta più soltanto di costruire edifici funzionali, ma di orchestrare spazi capaci di comunicare un messaggio: ordine, magnificenza, autorità, spiritualità. Le città del Seicento e del Settecento diventano così luoghi in cui l’architettura assume un ruolo direttivo, quasi coreografico, guidando lo sguardo, il movimento, l’esperienza collettiva.
È in questo contesto che Roma si afferma come laboratorio privilegiato del Barocco, un luogo in cui la Chiesa e le grandi famiglie aristocratiche sperimentano linguaggi nuovi, dinamici, teatrali. Qui l’architettura non si limita a definire lo spazio: lo mette in scena. Le piazze diventano quinte, le facciate si animano, gli interni si dilatano in forme inattese. L’architetto è chiamato a immaginare percorsi, effetti, emozioni.
Allo stesso tempo, nel Settecento, città come Torino si trasformano in capitali moderne, ordinate e scenografiche, dove il potere dinastico si esprime attraverso assi prospettici, residenze monumentali e un controllo rigoroso del decoro urbano. Qui l’architettura diventa strumento di pianificazione e visione politica, capace di dare forma a un’idea di Stato.
Dentro questa stagione straordinaria si collocano quattrofigure che, pur diversissime tra loro, incarnano le possibilità dell’architettura barocca e tardo-barocca: Gian Lorenzo Bernini, maestro della teatralità e dell’integrazione tra arti; Francesco Borromini, innovatore radicale della geometria e dello spazio; Filippo Juvarra, interprete raffinato del linguaggio scenografico e della città come rappresentazione del potere e Guarino Guarini, matematico-filosofo dell’architettura, capace di trasformare la geometria in visione mistica e di piegare lo spazio a strutture ardite, leggere e sorprendenti.
Ognuno di loro risponde alle esigenze del proprio tempo con una voce distinta, ma tutti contribuiscono a ridefinire il rapporto tra architettura, costruzione e città, aprendo la strada a una nuova idea di progetto: non più semplice somma di edifici, ma visione complessiva, capace di trasformare l’esperienza urbana.
Di seguito, è possibile scaricare la lezione
06 La costruzione nel Sei-Settecento
Per un approfondimento sulla città di Torino, invito a leggere questo articolo:
https://federicacaldi.altervista.org/torino-barocca/